‘Lo Scarto’ è un intenso racconto e una profonda riflessione sulla condizione degli ‘scarti’ umani, persone emarginate dalla società: tossicodipendenti, carcerati, giovani perduti. Ernesto Santucci ripercorre cinquant’anni di impegno tra i Quartieri Spagnoli di Napoli, la comunità terapeutica ‘Il Pioppo’ e l’Albania, luoghi dove ha incontrato vite ferite, spesso destinate a un tragico epilogo. L’autore stesso, accusato ingiustamente e incarcerato, ha sperimentato cosa significhi essere ‘scarto’’. Questa esperienza lo ha rafforzato nella missione di recuperare gli ultimi, di amarli e reinserirli nella società, pur tra incomprensioni e solitudine. Attraverso due storie concrete, proposte dagli autentici diari dei diretti protagonisti, riflette sul valore intrinseco di ogni vita, anche quella apparentemente perduta, e sull’ipocrisia di una società e una Chiesa spesso incapaci di accogliere. È un invito a guardare gli ‘scarti’ con occhi nuovi, riconoscendo in loro la presenza di Dio, che ricicla ciò che il mondo rifiuta, trasformandolo in qualcosa di prezioso. Il libro è un atto d’amore e un grido di speranza per una società più giusta e compassionevole.
I diari raccolti nel libro raccontano vite segnate da sofferenza e abbandono. Il primo diario ripercorre la storia di Salvatore, un giovane travolto dalla droga e dalla marginalità, che ha cercato inutilmente riscatto, mostrando a tratti gesti di altruismo e pentimento. Sul letto di morte chiede perdono, rivelando un ultimo frammento di speranza e fede. Il secondo diario narra di un giovane transessuale, cacciato di casa e costretto a prostituirsi per sopravvivere. La sua vita si conclude in solitudine in un ospedale, segnato dall’AIDS, con il desiderio di essere sepolto da donna. Entrambi rappresentano esempi di ‘scarti’ umani, ignorati e respinti, ma in cui si intravede una scintilla di dignità e la presenza misericordiosa di Dio.
Prefazione
di Padre Ernesto Santucci s.j.
Questo libro è un atto dovuto alla memoria di tanti giovani e meno giovani, incontrati nell’arco di quasi mezzo secolo. Ragazzi emarginati, piccoli ladruncoli, tossicodipendenti. Giovani che hanno concluso la loro vita tragicamente, in una cella di Poggioreale o in uno scantinato con un ago infilato nel braccio…
Li ricordo tutti. Li rivedo tutti…
Salvatore, Gigino, Tommaso, Gaetano, Marcello… Sono tanti.
Alcuni di loro mi hanno lasciato uno scritto, quasi sempre una confessione disperata, un grido di aiuto restato inascoltato.
Dai Quartieri Spagnoli di Napoli alla Comunità terapeutica “Il Pioppo”, fino alle sponde dell’Albania, anche qui una umanità dolente che distrugge il tuo perbenismo, le tue idee di un mondo ideale che naufraga nelle realtà che ti vengono incontro ogni giorno, che ti provocano e che molto spesso non hanno soluzione. Ti arrabbi, ti guardi attorno e non trovi nessun aiuto né dai privati né tantomeno dalle istituzioni.
Perché? Perché questi essere umani, questi miei fratelli sono considerati “scarti”, pezzi venuti male, pezzi difficilmente inseribili nel nostro modo di vedere miope e limitato. Uomini e donne che “non servono”, sono praticamente inutili e quindi non resta che scartarli, gettarli nella spazzatura.
Io, invece, proprio di questi “scarti” mi sono innamorato, li ho sentiti vicino, ho cercato in tutti i modi di recuperarli, di reinserirli in un contesto umano e sociale. E a un certo punto della mia vita ho avuto quella che definisco “una grande grazia”, quella di provare sulla mia stessa carne di essere scartato.
Uno dei tanti giovani implicato in una rapina conclusasi con un omicidio…
Non accettavo le conclusioni della magistratura, credevo, forse con un po’ di ingenuità, nell’innocenza e nella non colpevolezza del giovane in questione, e cercavo di dimostrare la fondatezza delle mie idee.
Ma una “giustizia” tritacarne mi afferra, mi consegna alle forze dell’ordine e da un momento all’altro mi ritrovo in una cella del Carcere di Poggioreale, dove tante volte ero entrato a portare fede e a consolare.
Il Signore Gesù mi rendeva scarto perché potessi capire sempre più a fondo ciò che significa questa parola. Mi invitava a seguirlo fino al Calvario, fino alla Croce.
Solo, abbandonato, i benpensanti pensavano che qualcosa di reale avevo dovuto certamente aver fatto, altri si limitavano ad attendere il percorso della giustizia.
Solo gli scarti che avevo lasciato nella casa ai Quartieri Spagnoli erano certi della mia innocenza e si davano da fare per dimostrarla.
Nella umiliazione del carcere, a una sola cosa non ho voluto e potuto rinunziare. A una certa ora del giorno veniva prelevato dalla mia cella e portato nella cappella del penitenziario, dove celebravo in solitudine la Santa Messa, salivo sulla Croce e accompagnavo la preghiera con il dono delle lacrime. Ero anche io un reietto, uno scarto, ero stato definito da un magistrato, inappuntabile nel suo modo di procedere, ma che certamente poco o nulla mi conosceva, “elemento di estrema pericolosità sociale”. Era l’INRI sulla mia croce!
Una esperienza tremenda dalla quale sono uscito rinforzato, ancor più determinato di dover accogliere intorno a me tutti quelli che la società continuava a scartare.
Ed ecco la nuova esperienza della Comunità terapeutica “Il Pioppo”, a contatto con giovani devastati dalle droghe, difficili da recuperare, ma senza mai disperare.
Vivere tra loro, in mezzo a loro, mi ha dato tanta energia e voglia di combattere.
Un inizio nella povertà assoluta, con addosso il sospetto dei benpensanti: “Chissà che questo prete non sia aiutato dalla camorra?”
Anche qui quante notti insonni, quante lacrime e la tentazione di lasciar perdere tutto. Ma questi giovani che non sanno a chi, a che cosa aggrapparsi, hanno ormai preso il mio cuore. E allora si lavora insieme, si fatica insieme, si piange insieme, ci si sostiene l’uno con l’altro.
Come è bella questa pagina di San Paolo nella seconda lettera agli abitanti di Corinto: “Gesù Cristo … ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio”. (2 Cor. 1, 3-5)
E poi sentirmi ancora una volta scartato dalla Comunità “Il Pioppo”. Sono ancora un indagato, quindi non posso essere il suo rappresentante legale.
Lettera di dimissioni. “Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito!”
Sono uno scarto, ma il Signore fa di me grandi cose… Orienta il mio nuovo cammino verso l’Albania, Paese che scarica sulle nostre sponde adriatiche migliaia di uomini sporchi e stracciati, veri scarti…
E tanti ne troverò in quella terra, scartati dal precedente regime, ex carcerati, ex deportati, gente a cui è stata sottratta persino la speranza, persino Dio.
Gente che non ha acqua, non ha luce, che vive in una indigenza inconcepibile da chi viene dall’Italia, terra del benessere più sfrenato.
Ma è una povertà dignitosa e che incanta. Tanti scarti che si sono rimboccati le maniche e hanno saputo uscire dal baratro in cui erano stati trascinati.
Ora che la mia vita volge al termine, desidero appunto porre l’attenzione dei miei fratelli su questo fenomeno, lo scarto, appunto.
Ho chiesto ad amici un loro contributo per rendere più interessanti e complete le mie considerazioni. Amici che ringrazio con tutto il cuore per aver accettato il mio invito.
Mi auguro che queste pagine inducano a pensare, a considerare gli “scarti” come nostri fratelli carissimi.
Possono darci molto.
Basta accettarli.
“Il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto”
(Lc 19, 1-10)
Riordinando tante carte e tanti appunti raccolti in quasi cinquant’anni sono venuto in contatto con due “storie” di cui avevo dimenticato l’esistenza. La prima consiste in un mio scritto in cui ripercorro la vita di Salvatore, un giovane difficile che ho tentato in ogni modo di farlo uscire da un vortice di droga, certamente sbagliando, accontentandolo tante volte, credendo ingenuamente di aiutarlo.
La seconda è stata scritta da Gigino, in una sorta di “italo napoletano”. Con grande lucidità ripercorre la sua esistenza fatta di abbandoni, carceri e ospedali… Non ho più saputo nulla di lui…
Questi racconti mi hanno colpito profondamente e mi hanno fatto ricordare tante storie simili che ho vissuto nel periodo della comunità-alloggio nei Quartieri Spagnoli e nella comunità terapeutica di Somma Vesuviana.
Come uomo e come sacerdote mi sono interrogato. Tante vite bruciate che ho incrociato e per le quali non ho potuto far nulla.
Ho pensato che queste pagine riemerse possano servire almeno come una provocazione, come un urlo da troppo tempo soffocato, per poterci porre una domanda - “perché” - e tentare di dare una risposta.
Papa Francesco ha parlato molte volte degli “scarti” di questa nostra società, scarti che troppe volte evitiamo di considerare che sono nostri fratelli, che allontaniamo dai nostri pensieri perché ci danno fastidio, perché turbano il nostro tranquillo perbenismo.
Ho pensato che forse le vite di Salvatore, di Gigino e di tanti altri anonimi possano dirci qualcosa e che in tal modo non siano vissuti invano.
Un’altra domanda che mi sono fatto e che mi angoscia profondamente è questa: “nella loro vita e nella loro morte Dio è stato presente? E come, in che modo?”
Non sono un teologo e non vorrei dire sciocchezze, ma tento di darmi una spiegazione plausibile. Queste persone hanno ricevuto il battesimo che ha dato loro il diritto di essere figli di Dio. Figli che non hanno mai conosciuto il Padre, oppure che lo hanno conosciuto in modo confuso e distorto.
Mi viene in mente la parabola del seminatore. Parte del seme cade sulle piante, tra le spine e quindi non produce frutto. Ma il seme seminato da Dio può restare infecondo e infruttuoso per lungo tempo, ma non può morire.
Costoro hanno avuto una conoscenza minima e distorta della loro appartenenza alla Chiesa, ma certamente qualche flebile segno c’è stato. Gigino racconta che da piccolo le suore lo portavano ad ascoltare la Messa; Salvatore, nei suoi momenti migliori, svela sentimenti di generosità e di altruismo, accusandosi di colpe non commesse per evitare che i veri responsabili ne pagassero le conseguenze. E’ un piccolo germe, Salvatore prende su di se le colpe altrui, in un certo senso imita l’Agnello di Dio che si addossa il peccato del mondo.
Più di questo non potrei dire. In loro, come per tanti altri, non ho mai notato segni evidenti di religiosità.
E allora? Sono state vite inutili, non toccate dalla grazia di Dio?
Ma Dio si rivela in tanti modi. Nelle loro vite ci sono stati gesti di generosità, di bontà spontanea, di sopportazione, vorrei dire anche di speranza, sia pure confusa e nebulosa. La richiesta di perdono espressa da Salvatore sul suo letto di morte equivale a un riconoscimento del fallimento della sua vita che si apre alla Misericordia. Mi vengono in mente le parole di Lucia, nei “Promessi Sposi”, rivolte all’Innominato: “Dio perdona tante cose per opera di Misericordia”.
E di fronte alle loro morti, senza una persona cara accanto, senza una mano amica, nella desolazione e nello squallore di un carcere o di uno scantinato o di un marciapiede, mi ritornano ancora una volta le parole del Manzoni:
“Il Dio che atterra e suscita
che affama e che consola
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò”
Mi piace pensare che Gesù si sia seduto accanto a Salvatore, a Gigino e a tanti altri, abbia afferrato i loro polsi, abbia accarezzato la loro fronte, abbia sussurrato parole di amore e di consolazione, forse mai udite nella loro breve vita terrena.
Il Signore li avrà stretti a se, come il Padre del figliol prodigo, e li avrà portati con se a conoscere tutta un’altra vita, dove proprio gli “scarti” sono i suoi prediletti.
Nel Salmo 10 c’è un’espressione che mi pare confermare quanto mi auguri: “dell’orfano Tu sei il sostegno”.
Ma allargando la mia esperienza a tante, tante vite “sbagliate” posso osare credere che vedendo la mia attenzione, il mio amore nei loro riguardi, possano aver capito, sia pure confusamente, che al di sopra della mia povera persona c’è Qualcuno infinitamente più buono e comprensivo di me. Ricordo di essere andato a trovare un giovane a Poggioreale. Appena mi vide, mi abbracciò, scoppiò in lacrime e mi disse “Padre, voi solo mi avete pensato!”. Avrà capito che chi veramente lo pensava e non lo abbandonava era quel Qualcuno al di sopra di me?
E ritornando all’espressione “scarto” mi viene da fare un’altra considerazione. Cinquant’anni fa si parlava di “emarginazione”, cioè di qualcuno che veniva “messo al margine”, che non rientrava negli schemi. Oggi questo nuovo termine “scarto”, più volte nominato da Papa Francesco, ha un senso più devastante, cioè di qualcuno di cui la nostra società non sa che farsene, che butta via definitivamente, che getta una volta per sempre nel bidone dell’immondizia…
E noto con tristezza e con raccapriccio che anche in tante istituzioni cosiddette “benefiche” si pratica un’ulteriore scelta tra gli stessi scarti. Quegli elementi definitivamente ritenuti “irrecuperabili” vengono ulteriormente passati ad altri istituti dove non si tenta più il recupero, ma dove vivono un’esistenza unicamente vegetativa.
E’ un problema che riguarda la nostra società “civile” e la stessa Chiesa. Purtroppo ho sempre trovato in ambedue un senso di fastidio, un gioco di scaricabarili, in definitiva poca o scarsa sensibilità, nessun senso di amore, evangelicamente inteso.
Si tratta di riscoprire questo problema, di avere tanta umiltà, e di rovistare nel bidone dell’immondizia dove potremmo, per sbaglio o per incuria, aver gettato qualcosa di prezioso e di recuperabile. Io credo, infatti, che niente e nessuno sia irrecuperabile.
Voglio ripercorrere, sia pur brevemente, la vita di un altro “scarto” che ha incrociato il mio percorso. Non ricordo il suo nome. Viveva ai Quartieri Spagnoli, a Napoli. Quando, a 16 anni, manifestò alla madre la sua diversità (si trattava di un transessuale), quella donna lo colmò di botte e lo cacciò di casa. Viveva per strada, alla Ferrovia, e sopravviveva svendendo il suo corpo. Talvolta lo incontravo, scambiavo qualche parola con lui, lo aiutavo a comprarsi un panino…
Un giorno mi telefonò. Si trovava all’Ospedale Monaldi, era affetto da AIDS. Lo andai a trovare. Dovetti indossare un camice sterile e una mascherina. Era in una grande stanza con tre letti, le pareti scrostate. Gli altri due malati nascondevano il volto sotto le coperte. Mi raccontò come era arrivato al termine della sua breve esistenza terrena. Qualcosa mi fece impressione. Mi disse che aveva espresso un solo desiderio…voleva essere sepolto vestito da donna.
Non l’ho più visto, ma spesso ripenso a quella vita bruciata e a quelle di tanti altri. Scarti umani, ma mi consolano le parole del Salmo 144 “…il Signore è buono verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature”.
Spero di non essere eretico se affermo che il Signore ha preso tutti questi scarti e li ha trasformati in qualcosa di prezioso.
Spesso prego questi miei fratelli che il Signore ha messo nel mio camino. Li vedo felici per tutta l’eternità.
La loro vita è stata come un martirio, le loro sofferenze, in un modo misterioso e incomprensibile, sono state unite a quelle di Cristo crocifisso.
Un materiale umano che noi abbiamo scartato, ma che il Signore ha riciclato e ha unito a Se per tutta l’eternità.
Sento il bisogno di chiedere loro perdono perché non sempre sono stato capace di comprenderli, non sempre sono stato capace di far loro capire che erano i prediletti di quel Dio che abbraccia tutti.
“Agli occhi di Dio, nessuno dei suoi figli può essere scartato; Lui affida a ciascuno una missione”.
(Papa Francesco)
Lo “scarto” nei Vangeli
Una precisazione doverosa e necessaria a quanto sto per esporre.
Non sono un esperto di Sacra Scrittura, ma spero di supplire con il cuore e con l’esperienza di una vita a quanto mi accingo a scrivere.
Vorrei iniziare con una frase pronunciata da Gesù che cita un salmo: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo” (Mt. 21, 42), concetto poi ripreso da San Pietro che esplicita chiaramente quale sia la pietra “scartata”: “Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, è divenuta testata d’angolo” (Atti. 4, 11-12).
Gesù è quindi la pietra scartata dagli uomini, la pietra che non serve, che è meglio non usare, che è da mettere da parte…
E tutto il Vangelo conferma questo.
Maria e Giuseppe si accingono a raggiungere Betlem per ottemperare al comando dell’imperatore romano. Sono due giovani per i quali “per loro non c’era posto” (Luca. “, 7). Non danno affidamento, è meglio non accoglierli, certamente in una stalla fuori città non daranno fastidio a nessuno, che si arrangino pure…
In questo contesto di scarto nasce Gesù e poco dopo questo scarto dovrebbe essere definitivamente soppresso. Si sa, gli scarti danno fastidio, è meglio sopprimerli, così non ci si pensa più. E’ la logica del re Erode, che si ripete nei secoli.
Nel rappresentare il mistero della Incarnazione e della Natività, si usa con abbondanza la parola “povertà”. Ma credo che Gesù vada oltre. Abbiamo imparato a rappresentare il presepe con una scena tradizionale e devota, ma pensiamo come deve essere stato in realtà il mondo in cui Cristo si è fatto uomo. Non c’era un bamboccio sorridente e grassottello, Maria e Giuseppe non si prostravano in adorazione, la stalla era un luogo oscuro, freddo, puzzolente. Se un fuoco era stato acceso, il fumo inondava l’antro, rendendo l’aria irrespirabile. Ecco come mi piace rappresentare questo mistero, nella realtà di qualcosa che supera di molto la semplice povertà.
Mi viene in mente la frase pronunciata da un predicatore a Notre-Dame e che sconvolse la vita del beato Charles de Foucauld: “Gesù ha scelto l’ultimo posto…” Voler seguire effettivamente Gesù significa fare un ulteriore passo in avanti, considerarsi, con Lui, scarto fra gli scarti.
Non sono in grado di analizzare ogni momento della vita di Nostro Signore, ma penso che il periodo trascorso nel deserto, prima di manifestarsi alla gente, possa significare un ulteriore mettersi da parte.
E passando alla Sua vita pubblica balzano subito agli occhi quali siano le sue preferenze… “ Beati voi poveri, beati voi che piangete…” E a chi si rivolge il Signore di preferenza?
Ai lebbrosi, considerati nella società del tempo come veramente gli scarti, e alle donne. Basta pensare alla Samaritana e all’adultera… Persone da disprezzare, addirittura da lapidare….
Ecco che lo “scarto” viene recuperato, viene valorizzato, ecco che si prospetta tutto un mondo nuovo, in cui tutto viene capovolto, tutto assume un significato nuovo.
Gesù ci insegna che odiare, mettere da parte, escludere è molto facile, ma che amare l’altro, il fratello da riconoscere nello scarto è molto, molto difficile. Il cammino da compiere è arduo, essere seguaci di Gesù non consiste nel dire il rosario o andare a messa, ma iniziare, con Lui, un cammino che inevitabilmente ci poterà fino alla Croce.
E’ qui che si concretizza visibilmente lo “scarto”.
Vedere Gesù flagellato, crocifisso fuori le mura di Gerusalemme, nudo, insultato, considerato come un corpo estraneo da espellere perché da fastidio, perché non coincide con il nostro modo di vedere, di benpensanti con i piedi ben saldamente piantati per terra, ecco il vero, autentico “scarto”.
Ma poi, tutto si capovolge. Come detto all’inizio, ecco che la pietra scartata da tutti diventa prodigiosamente testata d’angolo, su cui tutta la Chiesa viene innalzata, faticosamente ma instancabilmente.
Se ci pensiamo, tutto ciò è veramente uno schiaffo al nostro perbenismo, al nostro modo di occultare, di nascondere tutto quello che non va. E’ difficile, veramente difficile, accogliere chi è diametralmente diverso da noi, ma non è impossibile.
San Francesco che abbraccia il lebbroso, San Camillo che si fa servo degli ammalati, Madre Teresa che concretamente raccoglie dai marciapiedi di Calcutta i morenti, i “paria”, e da loro il suo sorriso, che poi è il sorriso di Dio.
Vorrei concludere chiedendo il perdono di Dio per me e per tutti i miei fratelli perché tante volte, troppe volte non siamo riusciti a vederlo negli “scarti” che questa nostra società produce con tanta abbondanza.
Non siamo riusciti, o non abbiamo voluto vedere.
Apri i nostri occhi, Signore, perché possiamo finalmente vedere e abbracciare Te nei fratelli che con tanta, troppa superficialità che sa di egoismo, lasciamo ai margini del nostro cammino.
E’ questo il vero Vangelo che Tu ci hai proposto e che ancora dobbiamo incrociare nella nostra vita di ogni giorno.
E.S.
